Enrico Persico

(
1900
-
1969
)
Letto finora

Enrico Persico

Fisico italiano, scrisse con Fermi un lavoro di meccanica ondulatoria. Noto per le sue ricerche di meccanica quantistica, di fisica matematica e di spettroscopia atomica.

Enrico Persico Quello di Enrico Persico, per i più, è un nome come tanti. Probabilmente anche nel mondo della fisica il suo non è tra i nomi più celebri, anche perché non è legato a una particolare scoperta o legge fisica.

Eppure Enrico Persico è stato, dopo l'inarrivabile Enrico Fermi, uno dei massimi diffusori della meccanica quantistica in Italia. Sia pure nell'ambito di una brillante carriera come docente universitario e ricercatore in fisica teorica, è soprattutto alla didattica che Persico ha legato per sempre la sua figura di fisico, come docente e come autore di testi.

Di un anno più grande di Fermi (nacque il 9 agosto del 1900), Persico sostituì, se non nel cuore, nel tempo libero il fratello di Fermi, Giulio, morto nel 1915 e unico compagno di giochi del giovane Fermi. Da allora tra i due, che erano anche compagni di scuola, nacque una profonda amicizia. A renderla particolare c'era una passione comune: la matematica e la fisica.

Persico non aveva potuto evitare di essere contagiato dall'entusiasmo e dalla maestria con cui il suo compagno trattava i problemi scientifici. Ma non solo quelli: Persico era ammirato dalla maturità dell'amico Fermi: "Quando lo incontrai per la prima volta aveva quattordici anni; mi accorsi con meraviglia di avere un compagno di scuola non soltanto bravo in scienze, come si diceva, ma anche dotato di un'intelligenza completamente diversa [...] Prendemmo l'abitudine di fare lunghe passeggiate da un capo all'altro di Roma, parlando di argomenti di ogni genere con l'irruenza tipica della gioventù. Ma in queste conversazioni di adolescenti Enrico introduceva una precisione d'idee, una sicurezza di sé e un'originalità che non cessavano di stupirmi. Inoltre in matematica e fisica dimostrava di conoscere molti argomenti non compresi nei nostri studi. Conosceva questi argomenti non in modo scolastico, ma in maniera tale da potersene servire con la massima abilità e consapevolezza. Già allora per lui conoscere un teorema o una legge scientifica significava soprattutto conoscere il modo di servirsene".

Fermi fu quindi il suo primo maestro, ma all'università di Roma (Fermi aveva scelto Pisa per poter frequentare anche l'esclusiva Scuola Normale Superiore) Persico ebbe la fortuna di incontrare altri grandi nomi della fisica e della matematica italiana: Orso Mario Corbino, Vito Volterra, Federigo Enriques, Guido Castelnuovo. Fermi e Persico, ancora ragazzi, frequentavano il "salotto" scientifico dei Castelnuovo. Sia pure separati dalla diversa università, i due coltivarono l'amicizia attraverso una fitta e interessante corrispondenza (alcune lettere sono state pubblicate da Emilio Segré nel suo Enrico Fermi, fisico edito da Zanichelli), inoltre Fermi non avrebbe mai smesso di dare consigli al suo amico e di risolvere con lui esercizi e problemi di vario genere.

Le loro vicende scientifiche e umane sarebbero andate avanti in parallelo ancora per un po', così come quelle dei loro gruppi di Roma e Firenze. Entrambi parteciparono al primo concorso per la cattedra di Fisica Teorica mai indetto in Italia. La cattedra era stata fortemente voluta da Corbino, professore di Fisica Generale (o Sperimentale, come si diceva allora) a Roma e direttore dell'istituto di via Panisperna, che aveva intuito subito le potenzialità di Fermi come teorico e come caposcuola. Grazie all'occasione d'oro offerta da Fermi, Corbino divenne così la mente e il braccio politico di quell'opera di rinnovamento che i fisici italiani attendevano da anni e anni di tradizione di fisica matematica ed elettrologia, che impedivano loro di guardare oltre, verso la nuova fisica che nasceva in Europa centrale.

Inutile dire che i due amici vinsero il concorso: a Fermi toccò, come prestabilito, l'università di Roma, a Persico la cattedra a Firenze. Il terzo classificato, Aldo Pontremoli, avrebbe iniziato un programma analogo a Milano, ma non potrà portarlo a termine perché morirà nella tragica missione del dirigibile Italia.

Anche Persico a Firenze avrà il suo "Padreterno", come era Corbino per i "ragazzi di via Panisperna" a Roma: Antonio Garbasso, direttore dell'istituto di fisica di Arcetri. Garbasso era stato, come Corbino, un ottimo fisico sperimentale. Ma a metà degli anni venti era (come Corbino in un incredibile parallelo), già "fuori dal giro", impegnato com'era nella politica e nella gestione dell'istituto. Per quanto entrambi avevano un'ottima preparazione, mancavano di quella freschezza di idee per poter seguire gli articoli dei vari Heisenberg, Schroedinger, Dirac, che stavano creando la nuova meccanica. Riuscirono a sfruttare appieno la loro grande lungimiranza e abilità manageriale sapendo puntare su quelle nuove promesse della fisica italiana. Così, nel gergo di via Panisperna, Persico divenne il "Cardinale di Propaganda Fide", inviato dal "Papa" Fermi e dal "Padreterno" Corbino a diffondere il nuovo "vangelo" della meccanica quantistica agli "infedeli" di Firenze. Persico rispose al gioco con una celebre poesiola che cominciava con

Padre Enrico il missionario/ Se ne andò tra gl'infedel/ In un'isola selvaggia/ A spiegare l'evangel

Persico non aveva le doti di caposcuola (né naturalmente il genio) di Fermi. Inoltre, diversamente dagli interessi completi ed enciclopedici del suo amico, Persico era un teorico puro: non avrebbe mai potuto trascinare il pur validissimo team di sperimentali fiorentini (Gilberto Bernardini, Bruno Rossi, Giuseppe Occhialini, che avviarono in Italia lo studio dei raggi cosmici) in avventure sperimentali come avrebbe fatto Fermi con Franco Rasetti, Edoardo Amaldi, Emilio Segré, Bruno Pontecorvo nella fisica dei neutroni.

Eppure il suo stile didattico era molto più raffinato di quello pragmatico ed essenziale di Fermi. Quest'ultimo si divertiva a fare fisica insieme agli studenti direttamente a lezione, improvvisando nuovi approcci o nuovi calcoli. Oppure discutendo nei seminari fuori lezione la meccanica ondulatoria di Schroedinger o qualsiasi argomento necessario per stare sempre al passo coi tempi. Questo stile, rinnovato anche con gli allievi di Chicago, portava Fermi a dare lezioni apparentemente "normali" o poco brillanti se si guarda alle dispense o agli appunti degli studenti. Il vero maestro lo si vedeva nei seminari e in laboratorio. Le dispense di Persico invece erano degli autentici capolavori di didattica. Alcune di esse, raccolte da Bruno Rossi, verranno ristampate più volte.

Oltre a Fisica Teorica, Persico insegnò anche Fisica Medica, Meccanica Razionale, Geofisica, Fisica Matematica. Dal 1927 al 1930 a Firenze, poi, come anticipava nella poesiola

Nella terra ch'egli lascia/ Regna ovunque ora la fé
E di padri missionari/
Più bisogno ormai non v'è./ Perciò dunque Padre Enrico/ Ora accingesi a partir
E, varcato l'Appennino,/
Altre genti a convertir.

Alla fine del 1930 si spostò a Torino per diciassette anni, fino al '47, dove ricoprì la nuova cattedra di Fisica teorica, insegnando la meccanica quantistica e la fisica matematica. Le sue celebri lezioni di meccanica quantistica diventeranno nel 1939 un testo rimasto un classico per generazioni di fisici: Fondamenti di meccanica atomica, tradotto anche in inglese. Molti degli attuali corsi di Istituzioni di Fisica Teorica (nei quali si introduce per la prima volta la meccanica quantistica di base, mentre nei corsi di Fisica Teorica si trattano argomenti più avanzati) sono ancora impostati con uno schema riconducibile a quello di Persico: crisi della fisica classica, meccanica ondulatoria, generalizzazione e versione assiomatica a partire dagli spazi di Hilbert. Forse uniche eccezioni in quei tempi erano i corsi di Fermi a Roma e di Ettore Majorana a Napoli, genio assoluto fuori da ogni schema. Negli anni trenta Persico scrisse anche trattati di ottica (L'ottica, 1932) e di fisica matematica (Introduzione alla fisica matematica, 1936).

Da Torino Persico inviò agli amici di Roma un altro brano in versi in cui accenna ai fondatori della meccanica quantistica e ad alcuni principi e regole:

Narra poscia ch'oltre i monti/ Vivon popoli fedel/ Che del ver le sacre fonti/ Ricevuto hanno dal ciel./ Essi han d'h il sacro culto/ Han nei quanti piena fé/ E per loro è grave insulto/ Dir che l'atomo non c'è. Sono pur bestemmie orrende il negar che c'è la psi,/ Che un valor non nullo prende delta q per delta p,/ Che dell'orbite ai momenti/ S'addizionano gli spin/ E elettroni equivalenti/ Son vietati dal destin./ Credon poi, con fé profonda/ Cui s'inchina la ragion/ Che la luce è corpo e onda/ Onda e corpo è l'elettron.

Dal '47 al '50 sostituì Franco Rasetti alla direzione dell'istituto di fisica di Laval in Quebec. Al rientro in Italia si ristabilì a Roma, dove del gruppo iniziale era rimasto solo Edoardo Amaldi: Fermi era emigrato in USA per via del fascismo con le sue leggi razziali e l'impossibilità di fare fisica a livello competitivo; Segré era stato a Palermo ed era anch'egli negli Stati Uniti; Rasetti aveva abbandonato la fisica attiva e si dedicava alle sue passioni naturalistiche in Canada; Majorana era scomparso nel 1938 lasciando tutti nel dubbio mai risolto sulla sua fine; Pontecorvo era fuggito in Russia. C'era il suo amico dei tempi di Firenze, Gilberto Bernardini (Rossi, Occhialini e il teorico Giulio Racah erano emigrati all'estero). Persico occupò dapprima la cattedra di Fisica Superiore, poi di Istituzioni di Fisica Teorica dal '53 al '69.

Nel frattempo, grazie all'instancabile lavoro di Amaldi e di Giorgio Salvini, erano nati i Laboratori Nazionali di Frascati, vicino Roma, di cui Persico fu direttore della sezione teorica dal '53 al '57. Le sue ultime opere didattiche furono Gli atomi e la loro energia del 1959 e Principles of particle accelerators del 1968.

Di carattere schivo, calmo e riservatissimo, lontano da ogni lusso, retorica o tutto ciò che potesse apparirgli inessenziale per il suo lavoro, visse sempre da solo, ma costantemente circondato dai suoi amici. Tra i suoi numerosi articoli scientifici, ne ha lasciati alcuni dedicati alla didattica, pubblicati sul Giornale di Fisica. Molti di essi mostrano come tanti problemi, sia nella didattica che nell'apprendimento della fisica, sono ancora estremamente attuali. Si è spento a Roma nel 1969, lasciando, a dispetto delle sue idee conservatrici, l'eredità di un esempio ineguagliato in Italia (se si esclude, al solito, Fermi) di maestro di fisica.

A cura di Angelo Mastroianni