Dossier

Storia moderna e contemporanea

La storiografia nell’Italia repubblicana

Nell’Italia repubblicana del dopoguerra sparirono dalla storiografia le fantasticherie sabaudiste-fasciste. Alle quali, del resto, non aveva mai dato credito Walter Maturi, titolare della cattedra di Storia del Risorgimento nella Facoltà di Lettere torinese dal 1948 al 1961, anno della sua improvvisa scomparsa. In precedenza aveva insegnato a Pisa. Dal 1935 al 1941 era stato segretario e bibliotecario dell’Istituto storico per l’età moderna e contemporanea. A vari periodi del Risorgimento dedicò lavori di ammirevole acutezza ispirandosi metodologicamente a Croce, Meinecke, Salvemini, Volpe, ma mantenendo sempre un atteggiamento d’indipendenza. Particolare interesse ebbe per il mondo della Restaurazione, da lui esplorato, oltre che con il suo primo libro del 1929 (Il concordato del 1818 tra la Santa Sede e le Due Sicilie), con la biografia Il principe di Canosa (1944), vero capolavoro dedicato a un donchisciottesco personaggio che si era battuto per un integrale ritorno al passato. Maturi assegnò un posto di spicco alla funzione della classe politica, un’élite che non era l’unico fattore che contasse nel processo storico, ma la cui direzione era indispensabile affinché «enti collettivi astratti, popolo, classe sociale, nazione», potessero tradursi in realtà concrete. Costante fu in lui la percezione dell’«eterno conflitto – scriveva sul cadere degli anni trenta – tra […] la morale e la forza, che nella nostra epoca si rivela così dolorosamente e drammaticamente». Maturi non fu un antifascista militante e lavorò all’interno delle istituzioni culturali fasciste, ma non esaltò mai il fascismo e fu sempre di idee liberali. Ostile alle tesi pseudostoriografiche di De Vecchi, di fatto le respinse nell’articolo Risorgimento apparso nel volume XXIX (1936) dell’Enciclopedia italiana. De Vecchi lo mise subito alla porta, costringendolo per qualche tempo all’insegnamento nella scuola media. Riammesso all’Istituto, Maturi ribadì e articolò il suo punto di vista nell’articolo Risorgimento del Dizionario di politica (vol. IV, 1940) edito a cura del Partito nazionale fascista. Questa volta non ebbe a subire guai. In stretta connessione con i due contributi precedenti va letto il saggio del 1942 (profondamente rielaborato nel 1951) Partiti politici e correnti di pensiero nel Risorgimento. C’è chi ha individuato nella storia della storiografia «la più profonda vocazione di Maturi». E corsi di storia della storiografia egli tenne a Pisa e a Torino, corsi che, raccolti nel volume postumo Interpretazioni del Risorgimento (1962), costituiscono una testimonianza inestimabile della ricchezza problematica con cui l’autore affrontò l’età risorgimentale. Queste le parole che riassumono il realistico giudizio di Maturi sul Risorgimento:

«L’Italia moderna è nata da un compromesso tra due impotenze: l’impotenza alla rivoluzione, che ha avuto bisogno della monarchia; l’impotenza della monarchia, che ha avuto bisogno della Francia napoleonica [la Francia di Napoleone III] e della rivoluzione».

A Torino tenne anche corsi sull’età napoleonica, disponibili soltanto in edizioni litografate. Numerose le voci scritte da Maturi per l’Enciclopedia italiana, della cui redazione era stato membro. Ricordiamo le voci Maistre (Joseph de), Metternich, Restaurazione, Sanfedisti, Talleyrand, Termidoro, Terrore.

Successore di Walter Maturi, poi titolare della seconda cattedra di Storia moderna, nonché professore incaricato di Storia delle dottrine politiche, fu Aldo Garosci. Era stato in prima linea nella lotta antifascista quale militante del movimento «Giustizia e Libertà» fondato nel 1929, con altri, da Carlo Rosselli, e in seguito quale esponente del Partito d’Azione, né all’impegno politico rinunciò mai. La maggior parte della sua attività scientifica riguarda la storia del pensiero politico (studi su Jean Bodin, 1934, e sugli autori del «Federalist», padri della costituzione americana, 1954) e la storia dell’Otto-Novecento. I contributi più interessanti sono quelli in cui tentò di ripensare in sede storiografica esperienze che egli stesso aveva vissuto: La vita di Carlo Rosselli (2 voll., 1945; 2a 1973), Storia dei fuorusciti (1953). Un libro pionieristico fu Gli intellettuali e la guerra di Spagna (1954). Nel 1947 aveva pubblicato l’informata e utile sintesi Storia della Francia moderna, 1870-1946. Suggestivo il viaggio attraverso i secoli intrapreso in San Marino. Mito e storiografia tra i libertini e il Carducci (1967). Di dodici anni successiva è l’opera sua più ponderosa, Antonio Gallenga. Vita avventurosa di un emigrato dell’Ottocento (2 voll., 1979). L’autore trattava con minuziosa documentazione di un giramondo prima democratico, poi accanito conservatore, che aveva composto una Storia del Piemonte (ed. inglese 1855-56; trad. it. 1856) la cui accoglienza era stata favorevolissima da parte dei circoli governativi torinesi e dello stesso Cavour.

Galante Garrone Militante nel Partito d’Azione durante la Resistenza, Alessandro Galante Garrone giunse tardi all’insegnamento universitario, dopo una lunga carriera in magistratura. Docente a Torino e a Cagliari, ottenne nel 1969 la cattedra di Storia del Risorgimento presso la Facoltà di Lettere dell’Ateneo torinese. Il piccolo libro Buonarroti e Babeuf (1948) dev’essere soprattutto considerato un preludio al gran libro del 1951 (2ª ed. 1972) Filippo Buonarroti e i rivoluzionari dell’Ottocento, 1828-1837, dove l’autore esaminava l’ultimo febbrile periodo della vita del rivoluzionario toscano. Galante Garrone, che teneva conto dei numerosi documenti buonarrotiani pubblicati nel 1950-51 da Armando Saitta, attingeva a sua volta a un copioso materiale inedito, e ricostruiva magistralmente sia gli ambienti con cui Buonarroti era venuto in contatto sia i suoi incontri-scontri con i cospiratori di mezza Europa. Nel 1959 usciva, con dedica «alla cara memoria di Gaetano Salvemini» e corredato da una prefazione elogiativa del grande storico Georges Lefebvre, la biografia di Gilbert Romme (Gilbert Romme. Storia di un rivoluzionario; ed. francese con ampliamenti 1971). Galante Garrone scelse non un acceso estremista, ma un uomo perplesso, schivo, malinconico, che durante la Rivoluzione francese solo a poco a poco aveva assunto posizioni avanzate, e infine aveva saputo morire, nel 1795, fedele alle sue idee democratiche. Una vicenda tormentata, quella di Romme, che l’autore rivelava in tutti i suoi risvolti grazie a una documentazione raccolta nell’arco di molti anni. Né l’evidente simpatia per il personaggio pregiudicava l’equilibrio dello storico. Esistono precisi legami tra i libri citati sopra e i successivi lavori intorno alla sinistra democratica italiana. Ricca di acquisizioni originali era l’opera I radicali in Italia, 1849-1925 (1975), che si occupava di un filone trascurato dalla storiografia: un «filone di democrazia laica» che non andava sopravvalutato, ma di cui sarebbe stato indebito misconoscere «l’ostinato e fruttuoso impegno per dare un po’ di giustizia e di libertà a questo paese ancora così arretrato in tutti i sensi». L’anno dopo (1976) apparve l’accuratissima e affascinante biografia del radicale Felice Cavallotti. Nella raccolta di saggi I miei maggiori (1984) e Padri e figli (1986) l’autore passava in rassegna con affettuosa gratitudine molti di coloro che gli erano stati maestri sul piano umano e culturale, da Francesco Ruffini a Gaetano Salvemini, da Luigi Einaudi a Piero Calamandrei.

Cattolico di salde convinzioni liberal-democratiche, attivo nella Resistenza, Ettore Passerin d’Entrèves insegnò a Pisa, all’Università Cattolica di Milano, infine a Torino, dove dal 1965 fu titolare della cattedra di Storia moderna (ebbe poi anche l’incarico di Storia contemporanea) presso il corso di laurea in Scienze politiche della Facoltà di Giurisprudenza, corso trasformatosi in Facoltà nel 1969. Dei suoi numerosi studi è possibile citare qui soltanto La giovinezza di Cesare Balbo (1940), L’ultima battaglia politica del conte di Cavour. I problemi dell’unità d’Italia (1956), i saggi degli anni cinquanta sui problemi politico-religiosi della Toscana tardo-settecentesca. L’ultimo suo libro, Guerra e riforme. La Prussia e il problema nazionale tedesco prima del 1848 (1985), ha un respiro europeo che del resto non manca neppure negli studi di argomento italiano. Molti dei suoi contributi sono stati raccolti in tre volumi postumi, due dei quali usciti nel 1993 e il terzo nel 1994.

Eccellenti lavori sull’età del Risorgimento dobbiamo a Narciso Nada, a Carlo Pischedda, a Piero Pieri. Quest’ultimo rinnovò gli studi di storia militare occupandosi anche dell’età moderna. Scrisse altresì intorno alla prima guerra mondiale, alla quale aveva partecipato. A Giorgio Vaccarino dobbiamo ricerche che finalmente si addentravano con puntualità e perizia nel mondo dei giacobini piemontesi (cfr. la raccolta I giacobini piemontesi, 1794-1814, 2 voll., 1989).

Al centro dell’attenzione di Guido Quazza fu il gran problema del rapporto stato-società. Questo problema emergeva in Le riforme in Piemonte nella prima metà del Settecento (2 voll., 1957) attraverso l’esperta analisi della formazione della classe dirigente piemontese da Vittorio Amedeo II a Carlo Emanuele III. Ormai lontano dai fervori sabaudisti che continuavano ad agitare un Cognasso, Quazza mostrava come l’iniziativa dall’alto, di cui pure segnalava gravi limiti e carenze, avesse dato impulso al sorgere di un apparato manifatturiero e all’aggregarsi di forze sociali nuove. Sul rapporto stato-società l’autore tornava, occupandosi di un periodo diverso, in L’industria laniera e cotoniera in Piemonte dal 1831 al 1861 (1960 con la data del 1961), forse il suo capolavoro. Da un lato egli accentuava l’interesse per gli aspetti economico-sociali, dall’altro sottolineava l’importanza della sfera politica e dell’uomo politico – a giganteggiare era Cavour – nel suscitare e plasmare energie latenti. Professore a Torino, poi alla Scuola Normale Superiore di Pisa, poi nuovamente – e definitivamente – a Torino (Facoltà di Magistero, della quale fu preside per circa trent’anni), durante la stagione apertasi nel 1967-68 Quazza si schierò a favore della protesta studentesca e delle lotte operaie. Alla luce di quella convulsa stagione va letto il volume Resistenza e storia d’Italia (1976), discusso e discutibile, ma anche disseminato di spunti meritevoli di approfondimento. A più riposate ma non disimpegnate ricerche Quazza tornò nel suo ultimo lavoro, L’utopia di Quintino Sella. La politica della scienza (1992). A lungo aveva coltivato il filone di studi ereditato dal padre Romolo (politica estera, problema della decadenza italiana). Fondamentale fu per lui, sia sul piano esistenziale sia su quello storiografico, la partecipazione alla Resistenza.

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